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lunedì 5 novembre 2012

Da grande voglio fare la vetrinaia. Anzi no. No, va beh sì.

Avere molte idee ma confuse sembra essere una tara di famiglia.
Il nostro dna ha probabilmente superato la revisione con il compiacimento di qualcuno, me ne convinco ogni qualvolta tiro fuori delle banconote dal portafogli e d’istinto mi viene da allungarle sottobanco alla cassiera.
Comunque.
Mai chiedere ad un bambino cosa farà da grande.
O meglio: chiedere ma non insistere.
O meglio ancora: chiedere, per la curiosità delle risposte che daranno colore al loro mondo di fantasia e chiedere per lo stimolo che la domanda può offrire nella sua rielaborazione.
Ma non a mia figlia, grazie.
Ho scolpito nella memoria dei nostri ricordi il giorno della consegna del diploma di remigino.
Capelli in disordine nonostante codini, mollette, cerchietto e Madonna santa non mi costringere a metterti la lacca a cinque anni!
Occhi enormi da cerbiatto ad incantare ma nello stesso tempo anche ad analizzare la situazione.
La domanda arriva dritta, insieme al microfono: E tu cosa farai da grande?
Sempre nella memoria dei nostri ricordi, ho fatto anche uno stamp della mia espressione atea sulla sua risposta.
Dopo gelatai e poliziotti, maestre e ballerine, Sofficina si identificò in: la vetrinaia.
Porca muffa... Cos’è che vuoi fare da grande?
In vetrinaia si specchiavano i suoi sogni e le sue ambizioni e, in nome di quella professione futura e astratta, io non ero in grado di apprezzare il sudore che l’avrebbe portata fino a lì.
Terminata la cerimonia di consegna del diploma, lei ha iniziato a fissarmi dal primo gradino del palco ed è arrivata tra le mie braccia con il ripensamento già pronto sotto la mia ascella: Adesso che l’ho detto, lo devo fare per forza?
Ma no amore, certo che no. Dimmi solo con chi l’hai vista la vetrinaia e non ne parliamo più!
La vetrinaia mamma è perché voglio curare gli animali, è per questo che l’ho detto... ma posso cambiare idea?
Tu puoi tutto amore, anche cambiare il vocabolario.

Oggi giorno da quel giorno scopre il suo lavoro: si assume e si licenzia ad una rapidità invidiabile e senza tanti ripensamenti; volendo capire, volendo sapere, volendo identificarsi per poi distinguersi.
Troverà anche lei la sua strada e, in barba alla crisi, al momento ha un curriculum di tutto rispetto anche se dai colori un po' troppo sgargianti.

ps. Io punto su cucinaia perché gli ingredienti li capisco ma vediamo come va domani, ma soprattutto dopodomani 

giovedì 25 ottobre 2012

A tutto sprint

C'é qualcosa di straordinariamente equipollente a tratti surreale nel discutere ogni sera con Sofficina perché é ora di andare a letto e lei non ha ancora sonno e con gli stessi toni svegliarsi ogni mattina e riprendere la discussione perché è ora di alzarsi dal letto e lei ha ancora sonno...
Il cammino di Santiago di Compostela
 è una passeggiata di salute a confronto dei nostri rituali serali... e la mattina, quando suona la sveglia, l’incubo non è più alzarmi-spegnerla-svegliarmi ma è spegnerla e sperare di riuscire a svegliarla!

E parla una che, antecedentemente al suo personale anno '0', i sabati e le domeniche prima delle 13 non sapeva di esistere al mondo.
E parla una che non ricorda un film in seconda serata, se non nella comodità delle poltrone del cinema dove sprofondare per pisolare.

Mi sento un giradischi rotto che gira sempre sulle stesse note, gracchianti e stonate.
Mi sento di vivere un incubo da cui non mi risveglio mai.
Mi sento di sottopormi a una fatica disumana.
Mi sento che ohhhh ma mi senti?

Io la fatica di mia madre non la ricordo.
Forse perché era la sua di madre e non la mia di figlia.
Non mi ricordo tanto bisogno di contrattazione, tanta preghiera, tanti Su - dai - vai - forza - vedrai che bella nanna ti aspetta - guarda il sole - è giorno - è notte - buongiorno amoreeeee - buonanotte e sogni d'oro… io ricordo un rumore unico, sordo e violento dritto al cuore: VRUUUUM!
ore 07.05 - era lei che tirava su la tapparella della camera con un braccio e con un'unica mandata.
Tapparella vigliacca! 
Cascasse il mondo, alle 07.05 dovevamo essere tutti in piedi, sabati e domeniche compresi.
La mia sveglia era la sua corda che sfregava sulla struttura metallica vibrando nel cassone... VRUUUUM!
Lo stesso per andare a dormire: tapparella a scendere sulla nostra voglia di giocare e un semplice A letto ragazzi, accompagnato dalla buonanotte e da un bacio.
Minimo sforzo, massimo risultato.
Così doveva essere anche per me.
Sarà certo anche colpa dei vizi e dei miei va bene dai ancora 5 minutini che non sono mai 5, ma che si prenda la sua parte di responsabilità anche la tecnologia e sto maledetto motorino elettrico delle tapparelle di casa che, pagato oro per la comodità dell'effetto sordina-risveglio-edulcorato-assicurato, al nostro inizio e alla nostra fine giornata manca sempre quel tocco di energia.
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